martedì 18 dicembre 2012

UNA ROSA A DICEMBRE



Presentazione

Al contrario delle persone reali, con tutta la loro materiale fisicità, i personaggi dei libri sono esseri evanescenti, variamente interpretabili, caduchi o immortali a seconda di come non un ventre materno, ma la mente creativa dell’autore, sa partorirli.
La storia della letteratura c’insegna come i personaggi siano creature incorporee eppure capaci d’avere una ‘consistenza’ sbalorditiva, tratti e connotazioni della personalità così forti e netti da sembrare scolpiti nella pietra. Possono compiere azioni mirabolanti o vivere di solo pensiero e sentimento nell’introspezione più statica; possono diventare modello di comportamento sublime o incarnare una turpe negatività; sanno comparire e scomparire dai nostri pensieri come nel gioco di un grande illusionista. E noi lettori ce ne innamoriamo, li detestiamo, ci facciamo vanto di saperli citare, su di loro apriamo inesauribili confronti.
Sembra che il possedere questa forza di fascinazione sia un privilegio riservato ai protagonisti del grande romanzo classico, ma l’odierna realtà dimostra qualcosa di assai diverso. Più che mai nel tempo in cui la letteratura d’intrattenimento abbonda negli scaffali delle librerie, il romanzo “di genere” fiorisce rigoglioso proprio assieme - e per merito - dei suoi carismatici personaggi. E se di genere si parla, ecco che il mystery, il thriller, il giallo o il noir che dir si voglia, in ogni sua colorazione, trionfa nelle classifiche dei best seller.
Una buona ragione c’è, e investe anche il giallo italiano che vive un suo internazionale momento di gloria in virtù di un felice proliferare di autori eccellenti, di opere egregie, capaci d’essere promosse dal ruolo di best a quello di long seller. Accade proprio grazie ai seduttivi protagonisti che si fanno sempre meglio delineati, peculiari, coinvolgenti quanto basta perché il lettore ci si affezioni ed ami seguire le nuove avventure che i loro autori, a scadenza più o meno regolare, ci ripropongono.
Non fa eccezione la collana degli oramai storici gialli torinesi di Fògola. Con “La rosa a dicembre”, un racconto dal sapore arcano, intrigante, sempre velato nel suo dipanarsi da una lieve foschia ancor più britannica che piemontese, nasce un altro figlio della fantasia, il professor Emanuel Kröss. Un personaggio controtendenza, tanto efficace e vero nel suo stare discosto dagli stereotipi correnti, quanto amabile per la normale eccezionalità che lo contraddistingue.
Ho appena fatto ricorso ad un ossimoro, è vero, ma la ragione nuovamente c’è. Kröss, infatti, non è un giovane super-eroe palestrato, incline all’azione temeraria e spettacolare; non fa strage di cuori, non sfascia un’auto al giorno, le armi letali non sono il naturale prolungamento del suo braccio. Il professor Kröss, nella sua cadenzata, abitudinaria, dotta routine di comune vedovo-studioso-pensionato, introduce però la peculiarità di una naturale inclinazione all’approfondimento che, laddove si renda necessario, diventa ‘indagine’; risoluta, testarda, acuta, brillante. In barba ai tentativi di dissuasione delle Forze dell’Ordine, con il solo aiuto d’una sua ex-allieva altrettanto indisciplinata, efficiente e curiosa, davanti al mistero Kröss non arretra, di fronte al delitto non s’intimorisce, alla malvagità si oppone con determinato senso della giustizia senza badare a chi siano i portatori del male stesso, e di che cosa siano capaci.
In sostanza: senza alcuna necessità di ambientare la sua storia nel caos multietnico di una Los Angeles dannata o di una Londra tentacolare, l’autore Luisio Luciano Badolisani fa muovere il suo professor Kröss, pacato e solido, tra le quiete colline del castelnovese. E non per questo il racconto perde d’intensità o di attrattiva: anzi, ci proietta se mai in un contesto familiare con il quale possiamo fonderci per meglio sentirci parte degli eventi narrati.
Ciò detto, sulla trama del racconto è saggio tacere. Resta solo da aggiungere qualche considerazione sullo stile letterario attraverso il quale Badolisani ama esprimersi. Anche qui, nessuna compiacente caduta nella scrittura minimalista (spesso soltanto minima) di diffuso costume odierno. Luciano è un “narratore” a tutto tondo, un affabulatore tanto accurato quanto generoso, capace di farsi ottimo architetto quando occorre costruire la struttura portante del romanzo. Mette anche una buona dose di ritmo nel suo raccontare: ritmo né troppo sincopato, né eccessivamente diluito: la misura giusta, insomma, perché l’orecchio mentale del lettore possa seguire la vicenda con lieve naturalezza dalla prima all’ultima riga, e godere appieno di questo nuovo giallo pedemontano che - c’è da scommetterci - renderà il professor Kröss un nuovo beniamino del pubblico; affabile compagno di viaggio nei nostri migliori itinerari d’intelligente evasione.

Anna Antolisei